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  • Immagine del redattoreVincenzo D' Aniello

Cosa è questa Europa? Cosa sta diventando questa Europa?

La guerra nell’Europa, l’Europa nella guerra.


La guerra è (ri)entrata nel cuore dell’Europa, per la seconda volta. Dopo la Jugoslavia, l’Ucraina. Ed è tornata, dicono, questa volta per restarci.

E l’Europa è (ri)entrata nella guerra: tutti i paesi si riarmano, l’esercito rientra nelle scuole, la ricerca bellica riprende nelle università, si riaffaccia la fascinazione della guerra.

Non è una cosa che nasce da un giorno all’altro, anche se ha avuto un’accelerazione negli ultimi due anni: ha invece a che vedere con l’Europa così come è oggi, e con le scelte compiute nel tempo per realizzare l’integrazione, che molto poco hanno corrisposto e corrispondono al progetto visionario federalista di Ventotene. E allora, cosa è questa Europa?

Per capirlo è utile cercare, per una volta, di guardarla almeno un poco da fuori, perché la questione è cosa è e cosa fa l’Europa nel mondo e non solo come viene vissuta e percepita al suo interno.  Noi vorremmo fosse una potenza di pace. Ma cosa attualmente è in realtà, e come ci vedono gli altri?

Uno sguardo alla storia

Se guardiamo da fuori gli ultimi secoli vediamo un piccolo numero di maschi bianchi europei assoggettare tutti i continenti, eliminare intere popolazioni, deportarne altre, aprire i mercati con le cannoniere, imporre il proprio punto di vista come universale, decidere le regole commerciali per tutta l’umanità, monopolizzare la conoscenza negandone la libera diffusione sul globo. Meno di un secolo fa la maggior parte delle terre emerse era assoggettata da questo gruppo. È un passato che troppo spesso si nasconde sotto il tappeto, forse perché è un passato “costituente”.

Ma l’Europa è anche il continente in cui grazie alle lotte e al sacrificio di milioni di donne, di lavoratori e di studenti, e a due rivoluzioni, sono stati elaborati e affermati diritti che molti in tutto il mondo riconoscono come propri e come utili per il proprio riscatto nei confronti dei potenti e dei prepotenti nei loro paesi. Ed è anche il continente in cui è stato inventato lo stato sociale e la cui unione è nata anche con l’obiettivo dichiarato di impedire il ripresentarsi della guerra.

Ma le due posture sono entrate in contraddizione. Volontà di supremazia e promozione dei diritti non stanno insieme. Si deve abbandonare una delle due e il rischio è che si faccia la scelta sbagliata.

Uno sguardo dal Sud

Ciò è ben visibile dal sud del Mediterraneo. Dal partenariato euro-mediterraneo lanciato a Barcellona nel 1995 (che pure abbiamo considerato poco fondato su basi di eguaglianza fra nord e sud, ma che comunque concepiva uno spazio comune politico-democratico-sociale mediterraneo fra Europa, Maghreb e Mashrek e che investiva risorse economiche culturali e politiche sul co-sviluppo) siamo passati alla nuova politica di vicinato inaugurata nel 2004, dove le priorità europee sono diventate solo antiterrorismo e anti-migrazione.

Le politiche mediterranee, messe da parte le condizionalità democratiche, si sono ridotte ai trattati di libero scambio approfondito nel cui ambito è cresciuto a dismisura il deficit commerciale a scapito delle economie della sponda sud.

Le rivoluzioni democratiche nel sud dell’area mediterranea contavano sul sostegno dell’Europa che dopo una debole reazione di facciata nella migliore delle ipotesi si è disinteressata della situazione: le abbiamo lasciate fallire, non abbiamo cancellato i debiti ingiusti prodotti dalle dittature, abbiamo imposto i trattati di libero scambio rafforzato, abbiamo contribuito ad aggravare la crisi economica e sociale, abbiamo prontamente sorretto il ritorno di vecchie autocrazie. Abbandonato i palestinesi e saharawi al loro destino. La Tunisia di questi giorni dimostra il disastro che abbiamo contribuito a creare.

L’Europa per tanti senza speranza è il sogno di benessere e libertà. Un sogno tradito nel mezzo del Mediterraneo. Quale è la postura dell’Europa che si vede da sud?

La corsa all’Est

Una volta distolto il proprio sguardo dal sud, l’Europa si è rivolta ad est. Per inglobare più che per unire. Allargando l’area economica e importando muratori e badanti, utili a tenere basso il costo del lavoro, ma tagliando fuori un pezzo dell’Europa storica e rinunciando all’idea di “Casa comune europea”.

L’integrazione politica si è sviluppata lungo due direttrici: l’imposizione del neoliberismo in economia e, alla faccia di tutti gli impegni presi, l’estensione della Nato ad est. Si è così ripetuto, nonostante l’esperienza storica, l’errore di Versailles, quando l’accanimento verso il vinto ha posto le basi per la Seconda guerra mondiale.

La Russia ha sempre avuto due tendenze nella sua storia: panslavismo ed europeismo. Invece che coltivare il secondo è stato spinto il primo, con l’allargamento della Nato e il riarmo ad est e la mancata integrazione economica.

Ne è riemersa la tradizione imperiale che era di tutte le potenze europee, come se alla mancata integrazione verso un futuro comune si potesse rispondere solo con un ritorno al passato. È una reazione che, al netto di Erdogan, è stata tipica anche della Turchia, il cui impero è stato smembrato e poi colonizzato nella Prima guerra mondiale, che è restata dagli anni ’60 in attesa di essere ammessa in Europa, prima della svolta militarista neo-ottomana.

E d’altra parte – e questa è una sfida anche per noi – la crisi ucraina ci costringe a fare i conti con le diverse identità e memorie che vivono nella dimensione europea: i carri armati da est sono una paura che sta conficcata del codice genetico di diversi paesi dell’area ex sovietica e del nord baltico. E l’ombrello della Nato sembra oggi preferibile – anche in campo democratico e progressista in molti settori sociali e civili dell’est europeo – non essendoci oggi un’alternativa di convivenza con la Russia sotto lo stesso tetto.

Un est esiste con le sue specificità, e andrebbe riconosciuto in tal senso: non si può semplicemente assimilare alla cultura europea occidentale dominante – pena il disastro che vediamo.

Frontiere, invece che zone di intersezione

Sud ed Est sono le zone di intersezione di un continente che non ha nella storia confini definiti. Il Mediterraneo è un lago, come dice anche il suo nome, da sempre attraversato da merci, corsari e culture e verso est non si sa bene dove dovrebbe finire l’Europa da quando la Russia ne ha spostato la frontiera, colonizzando la Siberia.

Questa Unione Europea invece che costruire un destino comune con i propri vicini più prossimi si è rivolta ad ovest ed ha prima trasformato queste zone di intersezione in periferie – ne paghiamo i prezzi anche in Italia che avrebbe potuto e dovuto essere al centro dell’intersezione mediterranea – e poi costruito muri per tenerle lontane.

Un tubo che, con tutti i limiti, alludeva a possibili integrazioni paneuropee è saltato in aria, anzi in acqua, nel mar Baltico. Significativo.

Il ritorno del nazionalismo e della Patria come valore fondante europeo

Al tentativo di livellamento portato avanti dalla spinta della globalizzazione neoliberista l’est ha reagito con il risorgere dei nazionalismi reazionari (anche se negli ultimi tempi emerge una società civile giovane, attiva e resistente che però resta a noi invisibile) in sintonia con i sovranismi emersi in tutto il continente come prodotto della crisi economica e della cosiddetta “crisi delle ideologie”.

Con la guerra in Ucraina possiamo dire che sia ritornato il nazionalismo come valore fondante europeo, con il paradosso che l’Europa che si considera culla della democrazia liberale combatte contro l’autocrazia russa a fianco dei nazionalisti reazionari dell’Europa dell’est.

In Ucraina rischia di morire l’idea moderna di sovranità statuale basata sulle identità plurime e torna in auge lo Stato Nazione (con la maiuscola) per la difesa della cui “mono identità” si costruiscono muri e ci si riarma.

Atlantismo ed europeismo

La conversione di praticamente tutto l’arco politico ed istituzionale italiano all’idea che il mero invio di armi possa risolvere i problemi di un confitto (anche così vicino come quello in Ucraina) è un segno che continuiamo ad essere un paese, e un continente, a sovranità limitata.

Gli Stati Uniti con questa guerra stanno cercando di ottenere due risultati: una umiliazione della Russia e la stretta sull’Europa in un confermato atlantismo non criticabile.

I paesi europei si sono allineati senza un sussurro all’evoluzione del concetto strategico della Nato (in particolare nell’ultima versione approvata a Madrid a metà dell’anno scorso) che l’ha modificata da alleanza per la difesa da attacchi esterni a strumento per il mantenimento della supremazia militare-economica-politica-tecnologica occidentale.

Con il passare del tempo si è costruito un concetto ampio (e pericoloso) di “difesa”, che ha consentito di ampliare notevolmente il raggio d’azione per far fronte a variegate “nuove minacce”, molte delle quali non militari. Ormai viene esplicitato che non ci si limiterà a rispondere ad attacchi armati, ma che l’Alleanza potrà intervenire militarmente in caso di minaccia alla sua sicurezza. La deterrenza, basata su una combinazione di capacità nucleari e convenzionali, è e sarà un elemento centrale della strategia della Nato (non a caso nel nuovo “Concetto Strategico” il primo dei “compiti principali” in elenco è proprio quello della “Deterrenza e Difesa”).

Un percorso che, nella pratica, ha indebolito la propria convergenza verso i dettami della Carta delle Nazioni Unite. La Nato sta anche estendendo il proprio raggio d’azione geografico al di là di quanto stabilito dal Trattato del Nord Atlantico, come è accaduto nel caso dell’Afghanistan. Infine, è importante sottolineare il deficit democratico con cui viene sempre decisa questa strategia, che aggira le più elementari regole del parlamentarismo.

Nel documento di Madrid la Russia viene definita “la minaccia più significativa e diretta alla sicurezza degli alleati e alla pace e alla stabilità”. E sulla Cina, si dichiara che “le ambizioni dichiarate e le politiche coercitive cinesi sfidano i nostri interessi, la nostra sicurezza e i nostri valori”.

Il concetto della sicurezza comune e il multilateralismo, che già da prima della caduta di Berlino era stata una visione strategica propria dell’Europa, si è perso del tutto.

È stupefacente come sia stato rapidamente messo da parte il position paper cinese sulla guerra in Ucraina, invece di apprezzare il contributo per l’avvio di negoziati, magari dissentendo: la preoccupazione è stata di evitare che se discutesse. Lo stesso atteggiamento è tenuto verso tutte le proposte, come anche quella di 40 ex diplomatici italiani.

Il multilateralismo autocratico

Anche come Organizzazioni, oltre che come persone in maggioranza, siamo nati nel ‘900 e rischiamo di continuare a vedere il mondo con gli occhiali del secolo scorso con il mondo diviso in due campi. Ognuno decideva sulla base della propria storia quale fosse quello del bene e quale quello del male. Il conflitto globale era politico e ideologico e poteva diventare caldo in qualsiasi momento, ma c’era un forte movimento di non allineati e si era elaborata l’idea della convivenza pacifica.

La situazione odierne è invece più simile a quella dell’800. Un numero sempre più variegato di potenze economiche grandi e medie in competizione crescente per il controllo di mercati e risorse, e con crescente disponibilità ad utilizzare il mezzo militare per risolvere aspetti di questa competizione. Una competizione che si acuisce per l’emergere della scarsità di materie prime e terre rare rispetto al crescere della domanda indotta dallo sviluppo economico dei paesi del sud globale e dalla transizione energetica. 

Chi è emerso dal mondo bipolare con una posizione di supremazia militare, economica e tecnologica, è deciso a mantenerla a tutti i costi; dall’altra parte c’è chi con lo sviluppo economico cerca maggiore spazio.

Una situazione molto simile a quella antecedente alla Prima guerra mondiale quando la competizione economica non potendo più scaricarsi sulle colonie ha acceso, senza che nessuno lo avesse deciso, la Grande Guerra.

Potenze regionali, tutte a direzione autocratica, ne approfittano per allargare la propria influenza mentre le democrazie, che ormai alcuni definiscono “tradizionali”, vengono a mano a mano svuotate. Le sedi multilaterali democratiche sono ridotte a ininfluenti istituzioni di facciata, sostituite da consessi privati dei “Grandi” nelle loro varie conformazioni: G7, G20, Nato, Brics… Le Nazioni Unite, precipitato politico della grande ambizione di mettere la guerra fuorilegge che era nata dalla morte di cento milioni di persone nelle due grandi guerre del ‘900 sono ridotte a spettatore.

La logica della crisi permanente e la fine della politica

La colossale transizione globale che sta impegnando il mondo, economico-finanziaria, climatica, migratoria, politica impone continuamente scossoni in uno stato di crisi permanente per affrontare la quale sarebbe necessario aumentare la cooperazione globale e non diminuirla. Una maggiore collaborazione e ruolo della diplomazia e non una crescente rigidità ideologica.

L’Europa per dimensione e peso economico, per cultura politica, per tradizione storica potrebbe farsi carico di promuovere il rilancio della multilateralità e la collaborazione globale per un futuro comune. Dovrebbe dismettere la postura della supremazia e porsi in una posizione di neutralità attiva nella competizione globale. Dovrebbe promuovere una “sicurezza condivisa” e non una situazione di “oasi” (geografiche ma soprattutto sociali) di diritti e privilegi tenute in piedi con la forza delle armi e lo sfruttamento del sistema economico.

Ma di fronte a tutte e tre le recenti crisi attraversate l’Europa ha perso l’occasione di poter interpretare un ruolo di potenza di pace. Nella crisi economica ha abbandonato al suo destino uno dei propri membri più antichi, la Grecia. Nella crisi pandemica tra il resto del mondo e le proprie multinazionali ha scelto queste ultime. Nella crisi migratoria non ha nemmeno sottoposto ad esame le proprie politiche verso l’Africa per chiedersi se, cambiandole, avrebbe potuto contribuire allo sviluppo economico e sociale di intere popolazioni oggi in condizioni critiche, garantendo concretamente un diritto a restare nel proprio paese senza rischiare vita e futuro.

E oggi, nella crisi bellica portata direttamente nel proprio continente, l’Europa invece che lavorare per il negoziato e per un riequilibrio del sistema politico globale ha deciso, senza dibattito e senza ripensamento, di coinvolgersi nella guerra con un “contributo” militare.

La corsa al riarmo

Le retoriche e decisioni di riarmo e spinta all’aumento della spesa militare degli ultimi mesi (con prese di posizione mai così esplicite e risorse armate in forte aumento) non sono nate improvvisamente e con una discontinuità dal passato. La situazione di guerra vicina nata nel 2022 ha solo fornito una giustificazione facile (e facilmente vendibile all’opinione pubblica) ad un processo già robustamente in corso.

L’impatto è ormai visibile a tutti e ne vediamo gli effetti sui bilanci militari in crescita, ma non dobbiamo fermarci ad un’analisi che considera la militarizzazione solo dal punto di vista dell’aumento di spesa militare. È sicuramente una dinamica importante ed esplicita ma non è l’unica: forse ancora più rilevante è l’elaborazione di nuovi concetti strategici che potrebbero portare in futuro anche a conseguenze peggiori. Se vogliamo riportare il percorso europeo su un binario di pace dobbiamo dotarci di un quadro più ampio e di contesto, sia a riguardo di quello che proponiamo come movimenti pacifisti (la “Neutralità attiva”) sia a riguardo delle idee e giustificazioni seguite da chi determina la politica dell’Unione (la “Fortezza Europa”).

Nel corso degli ultimi anni (in particolare dai Trattati di Lisbona in poi) c’è stato un pericoloso e drammatico slittamento di messa a fuoco dei reali obiettivi e priorità nell’ambito dello sguardo globale dell’Europa. Siamo passati dall’idea originale di politica estera e di sicurezza comune (PESC – nella quale armonizzare le istanze di singoli membri) come quadro ampio di relazioni che costruisse un’identità comune positiva allo sviluppo di semplici strumenti operativi senza guida politica (PESCO e PESD). Già da tempo l’UE e i suoi Stati membri avevano fatto passi significativi per spostare risorse da priorità civili a quelle militari. Anche se le idee e posizioni che puntavano ad una la militarizzazione dell’UE erano presenti da tempo nel dibattito politico, si può ritenere che abbiano guadagnato uno slancio significativo a partire dal 2016 con il referendum sulla Brexit. In pochi anni gli Stati membri e le istituzioni Comunitarie – grazie anche ad una forte azione di lobby da parte delle industrie europee delle armi e della sicurezza – hanno fatto avanzare il percorso di militarizzazione dell’UE a un ritmo preoccupante. L’istituzione della Cooperazione Strutturata Permanente (PESCO) e la Coordinated Annual Review on Defence (CARD) così come l’introduzione del Fondo Europeo per la Difesa (European Defence Fund EDF) hanno aperto la strada a uno spostamento verso priorità militari di tutto il sistema complessivo dell’UE, a scapito della cooperazione degli Stati membri sulle questioni sociali e sulla pace.

Ma questo spostamento della retorica, della struttura organizzativa e dei finanziamenti verso una priorità alla militarizzazione non assicurerà la pace né affronterà le cause strutturali dei conflitti che sono stati e continueranno ad essere alimentati tra le altre cose da un’economia di sfruttamento promossa da un’UE neoliberale.

Lo sviluppo di capacità militari congiunte è stato incoraggiato e sono stati presi impegni per aumentare la spesa militare sulla base dell’idea che il progetto europeo sia in qualche modo minacciato e che una “Europa più forte” sia necessaria sulla scena globale. Richieste affinché l’UE faccia uso del suo peso militare a livello globale sono sempre più forti. Poiché un’ulteriore integrazione sociale ed economica dell’Unione viene rifiutata e/o bloccata dagli Stati membri, questa strategia sembra derivare dal desiderio di dimostrare la capacità dell’UE di agire in tempi di crisi, integrare attori populisti di destra e forgiare un nuovo consenso per un’Europa che “protegge”. In definitiva si è abbandonata la prospettiva di una reale politica estera basata sui diritti e rimanendo facile preda degli appetiti di vantaggio diretto di alcuni gruppi di potere, tra i quali il complesso militare-industriale.

Contemporaneamente idee come “l’autonomia strategica” o le affermazioni secondo cui la militarizzazione dell’UE finirà per ridurre i costi di approvvigionamento militare stanno mettendo in ombra la profonda divisione esistente tra gli Stati membri e i loro obiettivi militari, economici e geostrategici. Data la natura altamente delicata della sicurezza, della difesa e della politica estera sorgono seri dubbi sull’idea che la costruzione di un complesso militare-industriale europeo possa avere come risultato un rafforzamento dei legami tra gli Stati membri favorendo un miglioramento del consenso. Ciò che è certo è che le industrie europee delle armi e della sicurezza traggono (e trarranno) profitto direttamente dal denaro dei contribuenti europei e dagli impegni annunciati in tutta l’Unione di aumento della spesa militare.

L’Esercito europeo è quindi attualmente solo una giustificazione retorica di decisioni che puntano a spostare risorse dai compiti civili dell’Unione a fondi a disposizione degli interessi armati. Da risultato finale di un percorso (parallelo alla dismissione degli eserciti nazionale) che lo vedeva come strumento a disposizione di una politica estera e di difesa che nessuno cerca più a feticcio ideale vuoto. Sempre di più gli Stati membri (con il ritorno delle tendenze nazionaliste che abbiamo evidenziato) pensano a propri strumenti militari e al massimo ipotizzano solo piccole esperienze operative (i battlegroup) a livello europeo, puntando comunque a scaricare sull’Unione una serie di scelte di recupero risorse.

La tentazione di retoriche militariste anche a livello continentale è forte, e ciò dovrebbe preoccupare anche chi vorrebbe un futuro anche da “hard power” per l’Unione in quanto il combinato disposto delle decisioni prese sulla guerra in Ucraina e del nuovo Concetto strategico della Nato hanno bloccato qualsiasi possibilità di sviluppo di politica estera e di difesa europea per molto tempo.

Non a caso la risposta collettiva europea al conflitto ucraino si è praticamente accodata alla dinamica imposta dalla Nato concretizzandosi in particolare in un invio di armamenti garantito dal massiccio utilizzo (con continuo rafforzamento in termini finanziari) dello “Strumento di Pace Europeo” (European Peace Facility, un ossimoro). Un meccanismo che sta al di fuori del budget ordinario ed è quindi – ancora una volta, come già ripetuto – figlio più delle decisioni degli Stati che di una concertata e condivisa politica estera e di difesa.


Un’altra Europa

Sappiamo che l’Europa non è solo quanto abbiamo evidenziato in questo testo. Sappiamo bene che è anche il continente delle lotte per i diritti: lotte dure e sanguinose che hanno attraversato il ‘900 e che hanno portato alla fondazione di un’idea avanzata di Europa sociale, che però purtroppo si sta dissolvendo.

Sappiamo che la strada imboccata non è inevitabile e che persino nelle classi dirigenti non tutti sono convinti che si debba marciare dritti verso la guerra o la militarizzazione della vita, chiudendosi in una “fortezza” per cercare di difendere una ricchezza effimera.

Al contrario dei politici di oggi, i pacifisti studiano la guerra sempre e da sempre. Per questo sappiamo che le guerre vengono preparate per lungo tempo, in attesa che le condizioni per arrivare alla violenza armata si accumulino: le guerre non “scoppiano” ma sono la conseguenza finale di percorso prolungato e con cause complesse, se non si fa nulla per prevenirle. E per smontare i processi negativi che portano alla distruzione irreparabile. Poi c’è sicuramente chi provoca la scintilla e che va condannato come incendiario, ma il carburante e il materiale che fa perdurare l’incendio è fornito da molti.

Sappiamo quindi che la pace è una conquista della politica che si costruisce nel tempo: sappiamo che c’è sempre un’alternativa da poter percorrere al fallimento totale della politica che è la guerra.

Per questo, prima che discutere su singole proposte politiche, chiediamo che si chiarisca l’idea di Europa nel futuro che abbiamo in mente, e quale ruolo si pensa possa giocare nel mondo. Per noi l’idea di Europa resta quella di uno spazio multinazionale capace di diventare una grande potenza di pace, che faccia i conti con il passato coloniale e con la necessità di porvi rimedio, che escluda la guerra dai propri strumenti politici e che utilizzi la sua grande capacità economica, scientifica e tecnologica per favorire il riequilibrio nella distribuzione delle opportunità e delle conoscenze tra i popoli. Favorendo dunque favorire processi negoziali nei conflitti, come “elemento facilitatore” di Pace.

Le sfide urgenti poste dal cambiamento climatico, dalla pandemia, dalle migrazioni impongono un sistema di collaborazione globale e non uno scontro per l’egemonia e l’Europa neutrale deve assumersi il compito di lavorare in questa direzione.

Cosa fare

Dirsi la verità: è inutile replicare un facile ottimismo retorico e di facciata. Se oggi aumenta il rischio di guerra mondiale ci sono motivazioni e responsabilità chiare, e molte sono purtroppo originate all’interno della nostra dimensione europea. Dire che siamo in pericolo: spiegarlo, raccontarlo, farne parlare. Il rischio di un conflitto “caldo” globale è reale e il comportamento e la collocazione dell’Europa può fare la differenza, in senso positivo. Dobbiamo impegnarci a fare di questo concetto una nozione diffusa e condivisa.

Esiste oggi una debolezza delle istituzioni europee che deriva da una mancanza di visione ma anche da una mancanza di proposte pratiche per uscire da questo stallo. Non vogliamo solo fermarci ad una “idea/sogno” dell’Europa che abbiamo in mente ma lavorare su scenari possibili, a partire dai dati reali. E lavorando con le forze (sociali, politiche, culturali) esistenti per mettere in pista percorsi che sappiano ottenere risultati concreti, anche se parziali, sulla strada di una trasformazione delle istituzioni attuali.

Dobbiamo dire con forza che siamo per una maggiore integrazione nel segno dell’Europa sociale e non nel segno dell’Europa del mercato e che siamo per un’Europa non allineata con le grandi potenze. Vogliamo rimettere a tema il diritto/dovere di ragionare di politica estera, internazionale, della difesa nell’era che sembra caratterizzata dalla fine della politica, in cui pare che le crisi appaiano dal nulla – senza un prima, senza un dopo, senza un perché.

Bisogna smetterla con la retorica sull’Europa culla e portatrice di civiltà e democrazia: siamo veramente in una fase di regressione democratica in cui riemergono tutti i disvalori che abbiamo incorporati nel codice genetico e nella nostra storia. Dal colonialismo alle guerre di religione, dalle guerre mondiali ai totalitarismi.

Siamo per un progetto di sicurezza comune e condivisa sia all’interno dello spazio europeo sia con i “vicini di casa”, basato sulla fiducia reciproca e sul bilanciamento delle forze armate. Più accordi di non aggressione che accordi di difesa.

Noi siamo favorevoli alla Difesa comune europea, non armata e non violenta, basata sulla ricerca di sicurezza comune con i vicini e che poggi la propria sicurezza soprattutto su relazioni eque e sulla cooperazione reciprocamente vantaggiosa con gli altri paesi.

Pensiamo si debba ripartire, dalla Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa di Helsinki del 1975 il cui cinquantenario si terrà tra due anni e che non a caso ha portato alla fondazione dell’Ocse, per la costruzione di uno spazio in cui si intreccino co-sviluppo economico, diffusione dei diritti umani e sicurezza condivisa basata sulla reciprocità.

Pensiamo che si debba valorizzare tutte le proposte di pace fondate sull’idea di negoziato da quelle degli stati a quelle di gruppi di intellettuali ed in particolare facciamo nostro il documento sulla sicurezza condivisa “For Our Shared Future” elaborato dall’Olof Palme International Center, dall’International Peace Bureau (IPB) e dalla International Trade Union Confederation (ITUC). La base da cui partiamo è la piattaforma della manifestazione del 5 novembre su cui c’è stato una ampia convergenza di forse in Italia e in Europa.

Esistono attori sociali, culturali e politici in tutte le regioni d’Europa e nel Mediterraneo che condividono questa visione: dobbiamo dunque allargare la partecipazione alle alleanze europee e mediterranee per la democrazia e i diritti. Riteniamo che la coalizione “Europe for Peace” – che ha iniziato a produrre primi frutti, e che va continuata e approfondita nella direzione della conferenza di pace europea – sia un primo passo in questa direzione di costruzione di reti europee.

Mettiamo a disposizione di tutti i movimenti per la Pace e i diritti sociali queste riflessioni elaborate nell’ambito del lavoro della Rete Italiana Pace e Disarmo, consapevoli anche che differentemente dal passato nel movimento per la pace europeo convivono diverse sensibilità e visioni: cercheremo di promuovere percorsi condivisi (in Italia e in Europa) per individuare insieme a tante altre organizzazioni continentali una piattaforma comune di proposte ed obiettivi in vista delle Elezioni Europee programmate per il 2024. La conferenza europea per la pace del 11-13 giugno a Vienna, promossa dall’International Peace Bureau e dalla coalizione di Europe for Peace sarà un passaggio importante per costruire una piattaforma europea per la pace ed alla quale vogliamo contribuire anche favorendo la partecipazione di pacifisti e obiettori di coscienza ucraini e russi

L’assemblea di Europe for Peace organizzata per il 20 aprile a Perugia in occasione della marcia Perugia Assisi è stata un passaggio verso Vienna.

Il G7 che si terrà nel 2024 in Italia, successivamente a quello di Hiroshima di quest’anno e che vedrà all’ordine del giorno anche la questione nucleare, potrà essere un momento su cui organizzare iniziative di convergenza delle relazioni europee che sapremo costruire.

Allo stesso modo il cinquantesimo anniversario dell’Accordo di Helsinki, nel 2025, potrebbe essere un orizzonte nel quale valorizzare a livello continentale una piattaforma europea per la sicurezza condivisa che vogliamo costruire all’interno del processo di Europe for Peace. Nel 2025 Gorizia e Nova Gorica, terre d’intersezione, saranno, insieme, capitali europee della cultura. Un avvenimento che riunisce ciò che la guerra aveva diviso con una frontiera. Una scadenza alla quale guarderemo con attenzione.

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