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  • Immagine del redattoreVincenzo D' Aniello

Diritti umani, diritti di tutti.

“Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”

Art.1 Dichiarazione universale dei diritti umani.


La Dichiarazione universale dei diritti umani (DUDU) è ancora oggi la principale fonte di ispirazione di Amnesty International e, malgrado abbia compiuto da poco 60 anni, la sua spinta propulsiva è tutt’altro che esaurita. L’af- fermazione del fondamentale principio di non discriminazione, che si applica a tutti gli individui e per tutte le violazioni dei diritti e delle libertà negate a “causa dell’opinione politica, della razza, della lingua o della religione, ma anche del sesso o di ogni altra condizione” (Art.2), contiene in sé tutte le premesse necessarie ad affrontare sfide nuove, come quella della piena affermazione dei diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate (LGBTI). A ribadire il principio di non discriminazione anche i principi di Yogyakarta che alcuni giuristi importanti, rappresentativi di aree diverse del mondo, hanno voluto elaborare tra il 2006 e il 2007 sulla base di norme già esistenti con l’obiettivo di declinare i diritti umani nella prospettiva dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere e di rendere esplicito e visibile il fenomeno della violazione dei diritti LGBTI, affinché la comunità internazionale se ne potesse fare carico in maniera più coerente e sistematica.

Tuttavia solo pochi governi, e purtroppo fra questi non c’è quello italiano, sono disposti a trattare la DUDU come uno strumento vivente e non come un qualcosa da celebrare retoricamente e rimuovere non appena possibile. Nel caso dei diritti LGBTI, che sono a tutti gli effetti “diritti umani”, i governi spesso interpretano restrittivamente le norme internazionali o le lasciano sulla carta dal momento che la legislazione nazionale non ne consente un’ef- fettiva applicazione.

Amnesty International ha iniziato a occuparsi delle violazioni ai danni delle persone LGBTI nel 1979 adoperando- si, in un primo momento, a favore di quanti erano stati imprigionati a causa delle loro battaglie per l’affermazione dei diritti di gay e lesbiche. Dagli anni ‘80 sono iniziate le richieste di intervento per una maggiore protezione legi- slativa dei diritti degli omosessuali e la condanna nei confronti delle cure mediche imposte per cambiare l’identità sessuale. Gli anni ‘90 hanno segnato una nuova importante svolta per il movimento: per la prima volta le persone discriminate, imprigionate, torturate o condannate a morte sulla base del proprio reale o presunto orientamento sessuale e/o identità di genere, sono state definite “prigionieri di coscienza” e ne è stato richiesto il rilascio im- mediato e incondizionato.

Oggi Amnesty International chiede a tutti gli stati un impegno effettivo affinché le persone LGBTI non siano vittime di discriminazione nelle proprie comunità, possano godere degli stessi diritti di ogni altro cittadino ed esprimere liberamente e pacificamente la propria identità, sottolineando che l’orientamento sessuale e l’identità di genere, al pari dell’origine etnica, del sesso o della nazionalità, fanno parte dei caratteri fondamentali dell’individuo.

Nel mondo, in 80 paesi l’omosessualità è considerata un crimine; in 7 di questi (Arabia Saudita, Iran, Mauritania, Sudan, Yemen, negli stati della federazione della Nigeria che applicano la shari’a e nelle zone meridionali della Somalia) i rapporti fra persone dello stesso sesso sono puniti con la pena di morte.

Nel Rapporto annuale 2013 sulla situazione dei diritti umani nel mondo, Amnesty International ha denunciato violazioni dei diritti umani, aggressioni, intimidazioni e discriminazioni nei confronti di persone LGBTI in più di 40 paesi.


IN EUROPA


In Europa, nonostante ci sia stata in molti paesi un’apertura ai diritti LGBTI, la situazione rimane ancora critica a causa del persistere di pregiudizi, discriminazione e violenza motivati dall’odio omofobico.

L’accettazione sociale dell’omosessualità e della transessualità varia notevolmente a seconda della realtà nazio- nale, con una forte limitazione della libertà di espressione e di manifestazione in pubblico soprattutto nei paesi dell’est Europa e in Russia. Non è facile calcolare il numero esatto di persone che hanno subito discriminazioni o violenza a causa del loro orientamento sessuale e/o identità di genere. Secondo l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), in tutti i paesi dell’Unione europea c’è una carenza generale nella raccolta dei dati sui crimini legati all’omofobia e, anche dove questi dati vengono raccolti, manca spesso un’effettiva comuni- cazione all’Ufficio Osce per le Istituzioni democratiche e i diritti umani.

Particolarmente difficile è la condizione delle persone transgender, che negli ultimi anni sono state oggetto di violenti attacchi omofobici senza ricevere un’adeguata protezione giuridica, data la mancanza di una legislazione in materia nella maggioranza dei paesi dell’Unione europea, con l’eccezione di Francia, Svezia, Scozia (Regno Unito) e Croazia. Inoltre, le identità transgender sono spesso ancora classificate come forme di disordine mentale e, in molti paesi, le persone transgender che non intendono sottoporsi a un intervento chirurgico di riassegnazione di genere e di sterilizzazione non possono cambiare il loro genere sul certificato di nascita.

La situazione finora descritta ha fatto sì che per i cittadini europei LGBTI sia ancora molto difficile vivere libera- mente e serenamente il proprio orientamento sessuale, considerando anche che diversi governi europei continuano a osteggiare l’adozione della ‘Direttiva europea antidiscriminazione’, che permetterebbe alle persone di godere de- gli stessi diritti umani riconosciuti a ogni persona, senza rischio di subire violazioni e discriminazioni da parte delle autorità statali o di altri soggetti. A questo proposito è indicativo lo studio condotto a livello europeo e pubblicato recentemente dall’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (Fundamental Rights Agency - Fra) in cui emerge che il 70% delle persone intervistate preferisce tenere sempre o spesso nascosto il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere in ambito scolastico.


IN ITALIA


In Italia, la condizione delle persone LGBTI non ha conosciuto nessun miglioramento di rilievo negli ultimi anni, in cui si sono invece intensificati attacchi verbali e fisici di carattere omofobico. Questo clima di intolleranza, pur- troppo, ha trovato talvolta una sponda preoccupante in diversi esponenti politici e istituzionali.

La situazione viene oggettivamente aggravata dall’assenza di un’adeguata legislazione in materia di discrimina- zione omofobica, che renda i reati legati all’omofobia e alla transfobia perseguibili allo stesso modo di quelli di natura razziale o religiosa.

L’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori (OSCAD) del Ministero dell’Interno ha riportato 40 casi di crimini d’odio motivati dall’orientamento sessuale, dal 2010 al 2013.

Il contact center ‘Gay Helpline’, che fornisce consulenza legale e psicologica gratuita alle vittime di discrimina- zione e di violenza a livello nazionale, ha ricevuto informazioni su 750 casi di aggressioni verbali e fisiche rivolte a persone LGBTI nel 2011.

Secondo ‘Transgender Europe’, tra il 2008 e il 2013 in Italia sono state uccise 20 persone transgender. Alla crescente intolleranza verso gli omosessuali si aggiunge a livello legale la mancanza di qualsiasi riconoscimento della rilevanza sociale delle famiglie costituite da persone dello stesso sesso e dai loro figli. Ciò impedisce a molte persone di godere di diritti umani fondamentali e alimenta il senso di esclusione negli ambienti professionali, scolastici e sociali.


NON SOLO REGOLE

Accanto alla questione delle regole, esiste una sfida ben più ampia che è quella culturale e che sarà vinta solo quando si sarà compreso pienamente che i diritti umani sono tali proprio perché appartengono a tutti, nessuno escluso e che i diritti LGBTI sono diritti umani. Niente di più, niente di meno. Amnesty International, attraverso l’Educazione ai diritti umani (EDU), lavora per combattere gli stereotipi e i pregiudizi che sono spesso alla base degli episodi di discriminazione e violenza, informando e sensibilizzando l’opinione pubblica affinché tutti siano in grado di attivarsi per far rispettare i propri e gli altrui diritti.

La scuola è il primo e fondamentale luogo in cui l’espressione della propria personalità in formazione si confronta con i modelli prevalenti nella società.

Un confronto spesso conflittuale, reso ancora più difficile e doloroso dal comportamento degli studenti, che può assumere spesso le forme della diffidenza, della derisione o dell’incomprensione, provocando nei ragazzi e nelle ragazze LGBTI un senso crescente di rifiuto ed emarginazione. Negli ultimi anni, le violenze verbali in particolare hanno conosciuto un nuovo preoccupante sviluppo, dovuto alla diffusione dei social network e del fenomeno del cyber-bullismo. Questa guida nasce dalla consapevolezza che nel nostro paese, sebbene la tematica della discri- minazione dovuta all’orientamento sessuale e all’identità di genere sia riconosciuta a pieno titolo come inerente al rispetto dei diritti umani, ancora oggi non viene affrontata a scuola con la stessa attenzione rivolta a contrastare altri fenomeni discriminatori, come il razzismo, la xenofobia o l’antisemitismo.

Il cambiamento negli stereotipi e nei pregiudizi è ancora troppo lento e per questo abbiamo sentito l’esigenza di rivolgerci ai docenti e agli studenti, ribadendo i valori dell’accoglienza e del rispetto delle differenze e sottolinean- do il ruolo fondamentale dei giovani nella promozione dei diritti e nella lotta contro ogni forma di discriminazione.


Che cos’è l’Educazione ai diritti umani?

L’Educazione ai diritti umani (EDU) è “una pratica volontaria e partecipativa volta all’empowerment delle perso- ne, dei gruppi e delle comunità attraverso la promozione di conoscenze, capacità e comportamenti coerenti con i principi internazionalmente riconosciuti in materia di diritti umani”.3

I processi e le attività nell’EDU promossi da Amnesty International rispondono a degli obiettivi fondamentali:

• Conoscere e prendere coscienza dei propri e degli altrui diritti

• Affrontare le cause fondamentali delle violazioni dei diritti umani

• Prevenire gli abusi dei diritti umani

• Combattere la discriminazione

• Promuovere l’uguaglianza

• Migliorare la partecipazione ai processi decisionali democratici

Amnesty International ritiene che l’EDU sia fondamentale per la sensibilizzazione e l’empowerment delle persone, in modo che non solo comprendano meglio i propri diritti, ma che partecipino in maniera attiva alle decisioni che le riguardano e siano coinvolte in attività per la promozione, la difesa e la realizzazione dei diritti umani.

La Dichiarazione delle Nazioni Unite sull’educazione e la formazione ai diritti umani afferma che “ognu- no ha il diritto di conoscere, cercare e ricevere informazioni su tutti i diritti umani e le libertà fonda- mentali e deve avere accesso all’educazione e alla formazione ai diritti umani” (Articolo 1). Nella stessa Dichiarazione si afferma inoltre che l’educazione e la formazione ai diritti umani comprendono “tutte le at- tività di educazione, formazione, informazione, presa di coscienza e apprendimento intese a promuove- re l’universale rispetto e osservanza di tutti i diritti umani e libertà fondamentali e quindi a contribuire, tra l’altro, alla prevenzione delle violazioni e degli abusi dei diritti umani fornendo alle persone conoscenze, abi- lità e comprensione e sviluppando le loro attitudini e i loro comportamenti, per renderle effettivamente capa- ci di contribuire alla costruzione e alla promozione di una cultura universale dei diritti umani” (Articolo 2.1).

In genere, quindi, i processi e le attività di EDU si concentrano su:

• Mettere in discussione attitudini, valori e comportamenti e trasformarli

• Creare capacità di pensiero e analisi critica

• Sensibilizzare e aumentare la consapevolezza

• Promuovere l’impegno e la passione costanti per i diritti umani

• Attivarsi per promuovere, tutelare e realizzare i diritti umani


Cosa sono le metodologie educative?

Una metodologia educativa è una raccolta o un sistema di principi, metodi, pratiche e procedure per la realizza- zione di attività o di processi educativi. Si tratta sostanzialmente del modo in cui viene condotta la formazione.

Ogni metodologia educativa dipende da come viene intesa concettualmente la formazione e dagli strumenti peda- gogici utilizzati (metodi e tecniche).

Metodologie e contesti educativi

Gli esseri umani apprendono e acquisiscono continuamente nuove informazioni, conoscenze e capacità attra- verso processi di apprendimento che possono aver luogo in contesti educativi formali, informali o non formali.


In quanto pratica organizzata e volontaria volta all’empowerment delle persone, l’Educazione ai diritti umani può essere promossa in tutti i contesti formativi, nella misura in cui vi siano processi pianificati e strutturati il cui scopo sia quello di fornire conoscenze, sviluppare capacità, trasformare attitudini, valori e comportamenti, inco- raggiare l’attivazione.

Per fare questo, però, è necessario sviluppare metodologie e metodi adeguati a ciascun contesto formativo.


Modello scolastico – metodologia tradizionale di insegnamento

Nei contesti educativi formali, l’EDU ha storicamente adottato metodologie la cui visione dell’istruzione è fornire alle persone nuove conoscenze. In questo modello scolastico, gli insegnanti sono educatori con conoscenze in aree specifiche del “sapere” e una formazione specialistica sull’insegnamento; il loro compito è quello di trasferire la conoscenza ai destinatari della formazione. Di conseguenza, in molti contesti scolastici, l’EDU è stata inserita nel curriculum accademico aggiungendo una materia o un contenuto specifici e si concentra per lo più sull’insegna- mento dei diritti umani, mettendo in risalto questioni quali la cittadinanza, gli aspetti storici e legali dei diritti umani e le relazioni interpersonali.


Spesso per gli insegnanti (per non parlare degli studenti) è difficile scostarsi dall’idea che i docenti siano esperti dotati di un bagaglio di conoscenze complete, e quindi scostarsi anche dai rapporti gerarchici stabiliti nel sistema scolastico.

L’approccio tradizionale potrebbe essere considerato una metodologia incentrata sull’insegnante.

In questi contesti scolastici formali, a seconda della materia e degli obiettivi di apprendimento, questa metodolo- gia può trovare ancora applicazione.

Metodologie partecipative

Dall’altro lato, le metodologie educative partecipative implicano una maggiore interazione tra gli educatori e gli studenti, volta a sviluppare le capacità analitiche e il pensiero critico. In questo approccio, il fulcro del processo stesso passa dall’insegnamento all’apprendimento e gli obiettivi sono definiti più dagli interessi e dalle esigenze degli studenti che da un programma rigido.

La natura olistica delle metodologie partecipative assicura inoltre che il processo educativo rispetti sia gli educato- ri sia i partecipanti – insegnamento attraverso i diritti umani. Quando l’EDU adotta questo tipo di metodologia, ha luogo l’insegnamento per i diritti umani e si avviano i processi che pongono le persone nelle condizioni di attivarsi.

Le metodologie partecipative rappresentano un quadro di riferimento nel quale si conduce una formazione che promuove riflessioni condivise, analisi critiche, ricerche approfondite e un processo di risoluzione collettiva dei problemi.

Questo approccio permette ai partecipanti di approfondire le proprie conoscenze e giungere a una migliore com- prensione dei problemi legati ai diritti umani che devono affrontare, consentendo inoltre di articolare proposte e strategie per il cambiamento.

Fortemente radicato nelle esperienze di vita, nelle realtà, nelle speranze e nelle aspirazioni dei partecipanti, l’ap- prendimento promosso dalle metodologie partecipative è spesso definito “apprendimento sperimentale”.

Le metodologie partecipative trattano i partecipanti come soggetti attivi, considerati esseri umani creativi e intel- ligenti con un potenziale infinito per promuovere il cambiamento. Li coinvolgono, motivano e ispirano, fornendo loro gli strumenti per attivarsi come risultato diretto di un loro personale processo di riflessione e di analisi critica.

Tendono quindi a ottenere una trasformazione sociale e in quest’ottica è necessario tenere a mente diversi principi, interconnessi tra loro.

• La promozione della sensibilizzazione e dell’empowerment: le attività e i processi formativi sono spesso volani per la realizzazione, la comprensione e l’approfondimento dei diritti umani, rafforzando l’impegno e la passione per la loro difesa.

• La produzione di un cambiamento di attitudini, valori, comportamenti e relazioni umane: l’apprendimento implica uno sforzo cosciente da parte dei partecipanti per divenire essi stessi agenti del cambiamento e della giustizia sociale. La trasformazione è un processo di crescita della persona.

• Il consolidamento dell’organizzazione e dell’azione della comunità: le metodologie partecipative non riguardano solamente ciò che avviene nelle attività formative o nelle classi, coinvolgono anche le azioni collettive che vanno al di là della formazione in senso stretto e che possono trasformare le situazioni vere e concrete di ingiustizia.

• L’obiettivo è attivarsi per influenzare i responsabili delle violazioni dei diritti a diversi livelli.

I partecipanti apprendono l’utilizzo di pratiche efficaci e coordinate di pressione volte a influenzare le normative e le politiche per un cambiamento duraturo.


Metodologie, metodi e tecniche

È utile distinguere tra le metodologie partecipative e i metodi partecipativi:

La metodologia partecipativa è un quadro concettuale che fornisce la direzione e guida la realizzazione dei proces- si di EDU. Costituisce la base dei processi d’azione dell’apprendimento trasformativo.

I metodi partecipativi nei processi di EDU si riferiscono ai metodi o agli strumenti utilizzati. Ad esempio:

• Sessioni di formazione

• Seminari

• Workshop

• Discorsi/lezioni

Le tecniche partecipative, invece, sono gli strumenti utilizzati per attuare la metodologia e sono integrate nel metodo in maniera logica. In una sessione di formazione possono essere utilizzate diverse tecniche. Ad esempio:

• Brainstorming

• Buzz group (piccoli gruppi di discussione)

• Lavoro di gruppo

• Sessioni plenarie

• Dibattito e discussioni interattive

• Giochi interattivi o cooperativi

• Giochi di ruolo

• Teatro

• Case study

• Documentari

Consigli pratici

La gestione di un’attività di EDU può presentare diverse criticità a seconda della sua complessità, del contesto, del gruppo.

In linea generale è bene tenere presente l’importanza della gestione del tempo in modo da non terminare il pro- cesso formativo in maniera brusca (o non terminare affatto!), soprattutto se ha richiesto un forte coinvolgimento e impegno da parte della classe.

Al termine di ogni attività è importante riuscire a “fare il punto”, concludendo in maniera chiara e riassumendo quanto affrontato insieme ed eventualmente anticipando come si approfondiranno i temi negli incontri seguenti.

In terzo luogo, soprattutto quando si lavora su tematiche delicate e controverse, è fondamentale creare un’ atmo- sfera rassicurante e non giudicante, lavorando il più possibile in un contesto protetto sia da interferenze esterne che interne e prestando molta attenzione al linguaggio scelto.

È sempre utile poi fissare alcune regole generali con la classe (ad es. su come intervenire nelle discussioni e com- mentare le opinioni nel gruppo, sul rispetto reciproco, sull’uso di alcuni termini che possono risultare offensivi, sulla lunghezza degli interventi, ecc.) e dare chiare istruzioni su ‘cosa fare’, soprattutto quando è richiesto un lavoro in autonomia, sia individualmente che in gruppo.

È importante anche tenere conto di come facilitare le discussioni, dando modo ad ognuno di esprimere il proprio pensiero rispettando le regole concordate ed essendo in grado di condurre i dibattiti senza andare fuori tema, ge- stendo eventuali discussioni conflittuali e introducendo nuove domande, se utili a stimolare il dibattito, ma senza mai imporre il proprio punto di vista: per ottenere una vera partecipazione dalla classe è importante riuscire a facilitare le discussioni mantenendo un ruolo distaccato.

Questo non significa non poter correggere informazioni errate o non aiutare i partecipanti a trovare le parole giuste, ma semplicemente offrire uno spazio in cui siano soprattutto gli studenti a parlare con il vostro aiuto.

Le attività proposte in questa guida prevedono diverse tecniche di discussione (a coppie, a gruppi, tutti insieme) e per ogni attività sono suggerite delle domande guida come riferimento.


Prima di iniziare

Parlare di omofobia e transfobia con adolescenti è di fondamentale importanza ed al contempo un compito molto difficile.

Per comprendere la dimensione del fenomeno è necessario innanzitutto capire in prima persona che i diritti delle persone LGBTI sono diritti umani, e che pertanto devono essere rispettati e protetti senza alcuna discriminazione o riserva.

È bene ricordare che non esistono stime ufficiali sul numero delle persone LGBTI nel mondo, ma è molto probabile che nella vostra classe o scuola siano presenti studenti LGBTI o che si stiano interrogando sul proprio orientamen- to sessuale o identità di genere o che abbiano familiari, amici, conoscenti LGBTI. È quindi fondamentale usare sempre un linguaggio attento e rispettoso e dare anche immagini positive della vita delle persone LGBTI, mostrare che è possibile esprimere il proprio orientamento e la propria identità e sessualità senza paura, sentendosi accolti e non giudicati dall’ambiente circostante.

Parlare di diritti LGBTI significa anche parlare di violazioni di diritti, di odio, di discriminazioni subite da persone in tutto il mondo, anche in Italia, anche in contesti molto vicini a quelli dei vostri studenti. È quindi possibile (e auspicabile) che i vostri studenti vogliano condividere le proprie esperienze, paure e domande.


Il problema dei diritti LHBT+ non riguarda esclusivamente la classe politica ma anche una parte di paese omofobo e razzista che la pensa esattamente come parte della classe politica, d'altronde coloro che ci rappresentano come dire incarnano anche le varie sensibilità della popolazione.

La verità che il riconoscimento dei diritti non è solo un problema politico, legislativo di normare questi nuovi diritti ma anche un problema sociale e culturale: su questi temi siamo un Paese fermo all'oltretomba.

È vergognoso che in un Paese civile, in una democrazia matura nel XXI secolo non si garantiscono diritti sacrosanti che appartengono agli individui e non allo stato.

I pride di questo mese sono stata una risposta chiara, netta e decisa a questo Esecutivo, l'Italia è pronta a fare la sua parte e noi gente con dignità, sensibilità e amore ci siamo, il problema è nostro.

Non accettare che gli altri possano avere gusti, inclinazioni, aspirazioni, sogni, idee diverse dalla nostra significa far tacere il pensiero contrario a quello dominante.

Diritti si? Diritti no? Una sola parola: VERGOGNOSO.

In un Paese serio, affidabile e giusto non si starebbe neppure discutendo.

L'Italia su alcuni punti è davvero come diceva qualcuno un Paese iniquo, il più iniquo d'Europa per citare Pino Aprile.




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