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  • Immagine del redattoreVincenzo D' Aniello

ISRAELE O PALESTINA? Non si può ridurre un conflitto, in un tifo da stadio.

La diplomazia internazionale lavora da anni con l’obiettivo di raggiungere un accordo di pace che metta fine al conflitto israelo-palestinese con la creazione di due stati che vivano fianco a fianco in pace e sicurezza, corrispondenti in linea di massima all’attuale stato d’Israele da una parte e a Cisgiordania e Striscia di Gaza dall’altra. L’ultimo tentativo di negoziato, su iniziativa americana, è cominciato nel luglio 2013 e si è concluso senza risultati nell’aprile dell’anno successivo. A complicare un possibile accordo vi è la questione di Gerusalemme, città sacra per ebrei, cristiani e musulmani, che Israele considera propria capitale, malgrado ciò non sia riconosciuto a livello internazionale. Sulla collinetta dove oggi sorge la Moschea di Al Aqsa, terzo luogo santo per i musulmani, si ergeva il tempio biblico degli ebrei di cui rimane soltanto, alla base dell’altura, il muro del pianto sacro agli ebrei. Altra questione chiave da annoverare tra le cause del conflitto israelo-palestinese è la presenza di ampi insediamenti ebraici in Cisgiordania.


La terra contesa fra israeliani e palestinesi è stata teatro di tensioni e violenze fra arabi ed ebrei fin dai tempi del mandato britannico, che nel 1917 mise fine a 400 anni di dominio ottomano. Con la dichiarazione di Balfour il governo di Londra dichiarò allora di appoggiare una “patria nazionale ebraica in Palestina”, sostenendo gli ideali sionisti di Theodor Herzl. La dichiarazione diede un’ulteriore spinta ad un movimento di immigrazione in Palestina già in atto fra gli ebrei della diaspora, frutto della dispersione del popolo ebraico avvenuta durante i regni di Babilonia e sotto l'impero romano. Dopo la Seconda guerra mondiale, e lo sterminio di sei milioni di ebrei da parte dei nazisti, l’Assemblea generale dell’Onu approvò un piano di partizione della Palestina, con la costituzione di uno stato ebraico e un altro arabo. Da qui prese vita quello che oggi conosciamo come conflitto israelo-palestinese.


Lo Stato d’Israele fu proclamato il 14 maggio 1948 allo scadere del mandato britannico. I paesi arabi si opponevano al piano e le forze militari di Egitto, Giordania, Siria, Libano e Iraq attaccarono subito Israele. La prima guerra del conflitto israelo-palestinese si risolse a favore d’Israele nel 1949, così come la guerra con l’Egitto (1956), la guerra dei sei giorni (1967) e quella del Kippur (1973). Nel 1979 Israele ed Egitto firmarono la pace. Nel 1982 Israele condusse un’operazione militare in Libano contro le basi dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) nei campi profughi libanesi.


Nel 1987 inizia la prima Intifada, ondata di violente proteste palestinesi nei territori amministrati da Israele. Nel 1993 gli accordi di Oslo, con la stretta di mano fra il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin e il leader dell’Olp Yasser Arafat, segnano l’inizio di un vero e proprio processo di pace fra palestinesi e israeliani e la creazione di un’Autorità Nazionale Palestinese a Gaza e in Cisgiordania.

Nel 1994 viene firmata la pace fra Giordania e Israele. Rabin verrà poi ucciso da un estremista ebraico il novembre 1995.


Il processo di pace del conflitto tra Israele e Palestina avviato con gli accordi di Oslo, non si è mai concluso. La storia recente è stata segnata da scontri e violenze, alternati da tentativi di negoziato. A partire dal 2000, la seconda Intifada portò ad uno scoppio di violenza senza precedenti con un’ondata di attentati suicidi in Israele e interventi militari israeliani nei Territori. Nel 2005 il primo ministro israeliano Ariel Sharon decise il ritiro unilaterale della Striscia di Gaza. Due anni dopo il movimento islamico palestinese Hamas cacciò l’Olp dalla Striscia e ne assunse il controllo. Israele impose allora un blocco terrestre e navale a Gaza. Da allora l’esercito israeliano ha invaso brevemente per tre volte la Striscia di Gaza: nel giugno 2006 dopo il rapimento del soldato israeliano Gilad Shalit, a cavallo fra il 2008 e il 2009 e nel luglio 2014 in risposta a lanci di missili contro Israele.


La striscia di Gaza è sotto assedio da 17 anni, 17 anni in cui quei territori sono prigioni a cielo aperto. Allora ebbene chiederci come mai solo ora la pubblica informazione e il mainstream ci raccontano di questo attacco cruento nei confronti di popolazioni inermi, colpevoli soltanto di essere nati in quei territori?
Il conflitto in Medio Oriente per la sua storia, per come sono andate le cose nel corso degli anni, è una guerra di non facile lettura. Non si può ridurre tutto ad un tifo: con Israele o contro Israele.
Io sono dalla parte dei bambini, dalla parte dei civili. Come ricordava qualcuno: a pagare il prezzo delle guerre scellerate dei grandi è sempre la povera gente. Nel terzo millennio non possiamo assistere a reiterate violazioni dei diritti umani, non possiamo permettere violazioni del diritto umanitario internazionale né che lo faccia lo Stato di Israele né che lo faccia lo Stato Palestinese, se accettiamo che ciò avvenga raggiungiamo un punto di non ritorno.

Dunque la complessità della situazione, e dei fatti esplicitati impongono noi tutti ad una seria riflessione.

Io sto dalla parte dei diritti umani, dalla parte dei civili inermi costretti a morire ingiustamente, dalla parte dei bambini senza sé e senza ma.

Condanno fermamente la scelta dell'Italia e degli altri Paesi occidentali, che come già successo nel caso specifico ucraino, non perdono tempo ad esporre la bandiera Israeliana sui maggiori monumenti come se fosse quella la soluzione al male che stiamo vedendo.

La guerra non è un tifo, essa è distruzione forse lo dovremmo capire in un mondo dominato dal «Thánatos», dalla malvagità e dall'odio.

Prima di giungere a conclusioni affrettate, ricordiamoci che al netto dell'atto di Hamas che non aiuta in alcun modo la causa palestinese, e che è un atto da condannare con fermezza, ricordiamoci tutti che a quelle persone abbiamo tolto la loro terra, la loro dignità per scelte scellerate dell'Europa.

La moralità degli occidentali dov'è? Nel fornire nuove e continue armi.

Si è perso il senso della ragione, il senso delle cose, il senso dell'umanità.



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