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  • Immagine del redattoreVincenzo D' Aniello

MODIFICA DELLA FORMA DI GOVERNO: UNA SCELTA SAGGIA O UNA FORZATURA CHE PUÒ PRODURRE ULTERIORI DANNI?

Cambiare la costituzione, storia di tentativi e fallimenti


Modificare la Costituzione è sempre stata un'impresa in Italia. Ma perché? Il procedimento con cui modificare la Costituzione è chiaro, come sempre la politica non riesce a trovare una quadra e a mettere da parte ideologie e false convinzioni anche quando si parla di toccare il testo costituzionale cioè il documento più importante in cui si fondano le nostre radici e non solo in cui è consacrato il nostro ordinamento, quell'ordinamento sorto dopo gli anni orribili del ventennio fascista.

Non è la prima volta che Camera e Senato tentano di modificare la legge fondamentale dello stato italiano. Il rapporto del nostro parlamento con la costituzione ha avuto varie fasi. La prima ha avuto inizio negli anni ’80, con la formazione della prima commissione parlamentare bicamerale di riforma costituzionale. Da lì, per quasi vent’anni, la via prescelta dalla politica italiana è stata quella delle proposte bi-partisan. Ma questa via è stata per lo più segnata da fallimenti. Dopo gli anni 90 si è passati a modifiche della costituzione approvate a colpi di maggioranza. A questa scelta si devono gli unici due referendum costituzionali tenuti finora: nel 2001 nel 2006 e nel 2016.

L’iter della riforma costituzionale 

L’articolo della costituzione che regola il processo di revisione della costituzione stessa è il 138:

Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione

Viene dunque disposto un iter particolare e volutamente lungo che ha lo scopo di assicurare una corretta e approfondita discussione in aula.

In passato Camera e Senato hanno tentato tre volte di avviare processi di riforma attraverso organi composti da deputati e senatori, le cosiddette bicamerali. Ma sempre senza successo.

I tentativi falliti di riforma costituzionale La costituzione è finita più volte al centro del dibattito politico e in più occasioni la possibilità di una riforma strutturale è stata vagliata da destra e da sinistra, da primi ministri e da membri del parlamento. Un primo tentativo risale agi anni ’80 e ’90. In questo ventennio Camera e Senato hanno unito le forze in ben tre diverse occasioni, creando una commissione bicamerale per le riforme costituzionali.

La prima bicamerale nacque nel 1983 ed era presieduta dal deputato Aldo Bozzi, da cui poi prese il nome. I lavori coinvolsero 40 parlamentari (divisi equamente fra i due rami del parlamento), e durarono 50 sedute. La relazione finale deliberata dalla commissione,nel gennaio 1985, prevedeva la revisione di 44 articoli della costituzione. Nonostante i buoni propositi, la bicamerale era sprovvista di poteri referenti nei confronti dell’assemblea e di strumenti di collegamento con i lavori delle commissioni permanenti pertinenti. L’esame parlamentare e la trasposizione delle proposte in disegni di legge erano lasciati all’iniziativa dei singoli gruppi politici, che però non raggiunsero un accordo.

Il secondo tentativo risale al 1992. La bicamerale, presieduta prima da Ciriaco De Mita e poi da Nilde Iotti, coinvolse 60 parlamentari. Alla fine delle 60 sedute la commissione approvò un testo di riforma che riguardava 22 articoli.

Al centro della proposta l'idea di introdurre un governo “neoparlamentare”, riformando vari aspetti del potere esecutivo. La riforma, presentata a entrambe le Camere nel gennaio del 1994, venne abbandonata per la conclusione anticipata della legislatura. 

L'ultima bicamerale fu costituita nel 1997 ed era presieduta da Massimo D’Alema. I 70 membri si riunirono per 71 sedute, e alla fine riuscirono a portare il testo in aula. La Camera discusse il provvedimento da gennaio 1998 fino a giugno dello stesso anno finché i lavori vennero sospesi per forti divergenze fra le diverse parti politiche coinvolte.

Dopo tre tentativi di lavorare su una riforma strutturale della costituzione in maniera bi-partisan e condivisa, il parlamento ha abbandonato la via delle bicamerali.

Le leggi che hanno cambiato la costituzione

Le bicamerali Bozzi, De Mita-Iotti e D’Alema negli anni ’80 e ’90 non sono riuscite a far fruttare il lavoro delle commissioni parlamentari costituite per riformare la costituzione. Problemi di forma e di sostanza hanno impedito di portare avanti un discorso condiviso.

Dopo quei venti anni, il parlamento ha imboccato un’altra via. Negli anni successivi le diverse maggioranze hanno approvato in maniera unilaterale numerose riforme al testo costituzionale. In 40 anni, dal 1948 al 1998 (anno in cui si chiuse l’ultima bicamerale), le leggi di modifica alla costituzione sono state 7, nei 18 anni successivi (meno della metà del tempo) ben 9. Dunque il 56,25% delle leggi di riforma costituzionale è stato approvato dopo le bicamerali, una ogni due anni. Riforme a colpi di maggioranza, che seguivano l’orientamento del governo al potere e abbandonavano l’idea del lavoro bi-partisan necessario per cambiare la costituzione.

Ovviamente quei 16 testi non sono riforme così corpose come quelle tentate dalle bicamerali (e quella oggetto del prossimo referendum), ma rappresentano comunque importanti cambiamenti. Fra le più rilevanti ricordiamo la riforma del Titolo V nel 2001 sotto il governo Berlusconi (con referendum costituzionale), e l'introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione nel 2012 sotto la guida di Mario Monti.

Si arriva così all’ultima riforma del testo costituzionale. L’iter del ddl Boschi è stato particolarmente lungo, a causa delle modifiche apportate al testo durante la seconda lettura al Senato che hanno azzerato il conteggio delle due approvazioni richieste da entrambi i rami.

Presentato a Palazzo Madama l’8 aprile 2014, è stato approvato in via definitiva il 12 aprile 2016: la riforma ha dunque richiesto  731 giorni di discussione, di cui 346 al Senato e 385 alla Camera.

Poiché un ddl che richiede solo due approvazioni impiega circa 237 giorni per diventare legge, nonostante l’elevato numero di passaggi realizzati, la riforma costituzionale rientra nei tempi medi dell’iter legislativo.

Il fronte del sì è stato stabile sia alla camera che al senato. Da notare solo un iniziale appoggio di Forza Italia alla riforma, svanito dopo il primo passaggio. Mancanza che al senato è stata rimediata dalla nascita di Al-a. La strategia dell’opposizione è stata variegata e in alcune occasioni ha preferito uscire dall’aula e non votare. Ragione per cui nella metà delle approvazioni erano più gli assenti che i contrari. Per esempio al primo voto a Palazzo Madama il disegno di legge ha ottenuto zero voti contrari, a fronte di 118 assenze; all’ultimo passaggio a Montecitorio solo 7 contrari e ben 231 assenti, il 35% dell’aula.

L’ultimo passaggio al senato è stato quello più in bilico, con 61,43% dei parlamentari a favore (percentuale più bassa sulle 6 votazioni) e 38,23% contrari (percentuale più alta). Sì e no sono dunque risultati più vicini rispetto alle altre votazioni, con una discussione che è durata solo 8 giorni, quando gli altri passaggi hanno richiesto in media 121 giorni.

La riforma Boschi è dunque l’ultima di una serie di leggi costituzionali fiorite negli anni, un’impennata che ha incrementato le possibilità di un ricorso ai referendum costituzionali. Dopo tre mesi dalla pubblicazione del provvedimento approvato, un quinto dei membri di una camera o cinquecentomila elettori o cinque consigli regionali, possono richiedere che il testo venga sottoposto al voto dei cittadini. Inoltre la legge è oggetto di referendum popolare anche se non è stata approvata dalla maggioranza del parlamento. Finora solo in due occasioni i cittadini italiani sono stati chiamati a votare su una riforma costituzionale: nel 2001 e nel 2006. Nel primo caso la riforma fu approvata, nel secondo invece la maggioranza dei votanti decise per il no.

Contesto e esito dei due referendum costituzionali del passato 

A differenza del recente referendum sulle trivelle, quello del 4 dicembre era un referendum confermativo e non abrogativo. Questo, oltre a cambiare le conseguenze della vittoria del sì o del no, vuol dire che non è richiesta la partecipazione al voto della maggioranza degli elettori. L’affluenza quindi non è un tema rilevante per la validità del quesito.

Nei due referendum costituzionali che si sono tenuti in passato, solo in un caso la maggioranza degli elettori ha partecipato al voto. Nel 2001 infatti andarono alle urne solo 16,8 milioni di cittadini, a fronte di un corpo elettorale che raggiungeva quasi i 50 milioni di elettori. Un’affluenza del 34,05%, che vide la larghissima vittoria del sì. Per la modifica al titolo V della costituzione si schierarono oltre 10,4 milioni di italiani (64,21%), contro i 5,8 milioni di voti contrari (35,79%).

Tutt’altra storia nel 2006, sia per esito che per affluenza. La riforma costituzionale voluta del centro-destra era molto più ampia di quella del 2001, e coinvolgeva diversi aspetti: dalla devoluzione dei poteri alle regioni, alla trasformazione del senato in senato federale, fino all’istituzione di un cosiddetto “premierato forte”. Il voto ebbe luogo poco dopo le elezioni politiche che videro un ribaltamento al potere, con la vittoria del centro sinistra e l’inizio del governo Prodi. 26 milioni di italiani parteciparono alla tornata referendaria, di cui quasi 16 milioni di cittadini (61,29%) contrari al quesito del referendum. Poco meno di 10 milioni gli elettori a favore, 38,71%.

Due casi storici non sono certo abbastanza per trarre conclusioni, ma una cosa è certa. Rispetto ai referendum abrogativi, dove la presenza di un quorum avvantaggia il no, nei referendum costituzionali il piano sembra essere più equilibrato.

Inoltre nel 2006 il parlamento in essere durante il referendum non era lo stesso che aveva votato la riforma. Nel 2006 governo e parlamento erano cambiati  prima del referendum, nel 2016 governo e parlamento sono stati rivoluzionati da uno scenario in costante movimento rispetto alle ultime elezioni politiche. In entrambi i casi, 2006 e 2016, sembra esserci una mancanza di continuità politica. Anche l’allora clima fortemente politicizzato e il fatto che la riforma da votare è molto ampia riportano alla mente il 2006.


Oggi si parla nuovamente di riforme costituzionali.

Dal Governo Meloni filtra l'ipotesi di una modifica della forma di governo in senso presidenziale o semi-presidenziale, ancora non appare chiaro dalle dichiarazioni degli esponenti della maggioranza.

Se si vuole correre da soli come più volte ha fatto capire la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni non si va da nessuno parte.

La lunga vita repubblicana ha messo in evidenza una cosa: chi tenta di mettere le mani sulla Costituzione per modificarla e lo fa da solo senza un coinvolgimento delle minoranze poi viene contraddetto dallo stesso corpo elettorale la cui decisione poi segna la pietra tombale come successe per Renzi nel 2016.

Ed è un bene, quando si parla di Costituzione quando si parla di modificare la nostra Costituzione a maggior ragione quando si vuole modificare uno dei pilastri del nostro ordinamento costituzionale si deve essere tutti compatti e uniti verso quella decisione che riguarda tutti noi, non il partito al Governo quindi se il Governo non dialoga con l'opposizione ritengo difficile che riesca a toccare la Costituzione in autonomia.








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