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  • Immagine del redattoreVincenzo D' Aniello

Perché questo Esecutivo è inadeguato, e non rende onore all’Italia?

Un governo inadeguato, degradante e senza classe dirigente.


Il governo e la sua maggioranza parlamentare si scrutano, si impalmano su proposte di legge, su decretazioni di urgenza che finiscono per avere i connotati di pastrocchi gettati in pasto alle contraddizioni interne alle destre e al fuoco di fila delle opposizioni e, alla fine del grande circo di una democrazia vilipesa e resa inutile agli occhi dei cittadini, si arenano come balene spiaggiate, come carcasse di poveri viventi sottratti al loro ambiente.

Esattamente come gli orsi del Trentino che sono degli immigrati a cui nessuno imputa, almeno quello…, la “sostituzione etnica” con gli orsi (inesistenti) dell’Italia del Nord.

Insomma, il governo, tanto quando tratta del PNRR sia quando mette mano alle misure sulla rivedibilità (si tratta di un voluto eufemismo) della protezione speciale per i migranti, non riesce mai a concretizzare qualcosa che anche lontanamente si avvicini alle promesse elettorali.

Mese dopo mese, appare sempre più evidente l’impreparazione di quella che doveva essere la “classe dirigente” di Fratelli d’Italia e della Lega in sostituzione alla precedente struttura-apparato di Forza Italia e del lungo periodo berlusconiano della storia della destra dello Stivale.

Non si tratta soltanto di una mancanza di approcci tecnici, di sottovalutazioni grossolane dei tempi di svolgimento dei lavori e di rapporti col Parlamento, costretto ad essere uno strumento di ratifica delle decisioni dell’esecutivo e non più un luogo di discussione aperta e anche decisa sulla formazione delle leggi.

Comportamenti eterodossi, al limite di ogni decenza istituzionale e ben oltre ogni linea di demarcazione tra i fatti e il revisionismo sia contemporaneo sia storico, fanno presagire un peggioramento ulteriore nell’equilibrio tra i poteri dello Stato, una disarmonizzazione dei rapporti interni e del funzionamento della nostra Repubblica.

Che il Presidente del Senato fosse dedito alla coltivazione di una memoria tutt’altro che condivisa, anzi svilente i valori della Costituzione e declamante quelli della parte sbagliata della Storia, lo si sapeva fin da prima che divenisse ministro nei governi Berlusconi.

Che ministri e sottosegreteri del governo fossero portatori di una eccentricità – per così dire… – largamente condivisa dagli Interni agli Esteri, dalla Difesa all’Agricoltura, dalle Infrastrutture ai Porti, per non parlare della Scuola e della Sanità, tale da preoccupare persino Giorgia Meloni, non è proprio una novità nemmeno questa.

Messe insieme, tutte queste note stonate e caratteristiche negative della comportamentalità a-istituzionale dei più alti rappresentati delle istituzioni stesse, tracciano un quadro allarmante per la dicotomia evidente tra essere ministro e sembrare ministro. Tra essere classe dirigente nazionale e sembrare ancora in campagna elettorale.

Dell’esuberanza postfascista, nostalgica e rivendicatrice di un passato che non passa si può anche sorridere, dire che rientra nei cardini del personaggio dai tratti somatici mefistofelici, provare a sottovalutarla per minimizzarne la distonia con un rigore istituzionale e costituzionale che dovrebbe invece essere il piano di perfetta aderenza tra il dire e il fare, tra l’essere e l’apparire, piuttosto che il sembrare.

Così si può anche fare spallucce e sospirare innanzi alle parole di un ministro che ripete quello che già è stato detto dalla sua Presidente del Consiglio in comizi a Milano, in conferenze stampa. Dov’è la novità sul fatto che la destra sia persuasa che è in atto una perniciosa “sostituzione etnica” di una parte del mondo ad opera di un’altra parte?

Dov’è la novità per cui, invece di analizzare seriamente i problemi epocali delle migrazioni, dalle guerre alla fame, dallo squilibrio economico tra nord e sud (d’Italia, d’Europa e del pianeta in generale) alla forbice delle diseguaglianze che il liberismo impone a miliardi di persone e di esseri viventi non umani, si preferisce addossare la colpa di tutto a chi sale su un barchino e tenta di arrivare (in)fortunosamente sulle coste del Bel Paese?

E ancora: dove mai starà la novità in merito al comportamento coerentemente ruffiano tra nazionalismo esasperato ed esasperante e compatibilità internazionali di sistema? Parliamo dell’assoluta condiscendenza del governo Meloni riguardo l’atlantissima linea politico-militare di Biden e Stoltenberg, condivisa dal premier britannico di orgini indiane ma integratissimo nel belligerantissimo (per procura, si intende) occidente democratico.

E parliamo anche della fine di ogni anatema contro l’Unione Europea matrigna crudele che, benedicente la BCE e la Commissione di von der Leyen, ha concesso al governo italiano un altro po’ di tempo per “mettere a terra” una parte del PNRR. Il ministro Fitto assicura che una parte dei fondi (comunque a caro prestito…) andranno scadenzati diversamente, perché le resistenze tra e negli ambiti dell’esecutivo sono tante.

Neppure in ambito economico la presunta “classe dirigente” delle destre riesce a fare quadrato, a disporsi in favore di quelle larghe fasce sociali cui in campagna elettorale aveva promesso mari, monti, oceani e cieli sempre stellati, recuperando un armamentario da MSI tra difesa dei sacri confini nazionali dalle cineserie, dai migranti di ogni dove ma soltanto se scuri di pelle, e protezionismo familistico eterosessualissimo, cattolicamente inteso, molto poco laicamente tradotto, infatti, nelle politiche di questi mesi.

Dove questi mettono mano, non fanno che riportarci indietro di decenni: diritti sociali, civili, morale quotidiana, speculazione antietica, aggiornamento diseguale dei valori condivisi, spacchettamento delle fondamenta egualitarie del Paese nell’arlechineggiante controriforma calderoliana sull'”autonomia differenziata“, rave party, assembramenti, diritto (quindi libertà) di riunione, concepimento di figli, coppie omogenitoriali, riesumazione dei decreti incostituzionali salviniani…

Non c’è una sola cosa, una che sia una, per cui si possa affermare che il governo ha al suo attivo una classe dirigente degna di questo nome. Si può anche non condividere l’impostazione politica di una maggioranza: come ai tempi del Pentapartito, del regno quasi cinquantennale del democristianesimo.

Ma non è ammissibile che ogni atto dell’esecutivo sia volto a cambiare radicalmente il perimetro dei diritti, dei doveri, dei valori ed anche della Storia che uniforma la Costituzione, che danno senso alla Repubblica.

Quella di Meloni e dei suoi ministri non è una classe dirigente: è una squadra di guastatori politici che aprovono varchi in una società profondamente in crisi per immettervi nuovi elementi conflittuali, del tutto gratuiti, senza che esista un vero senso per queste azioni, per queste prese di posizione. Non c’è nessun compromesso tra il portare avanti il “programma” (molto tra virgolette) della maggioranza e lo stare a sentire, ad esempio, le rimostranze delle opposizioni parlamentari e le proteste di piazza. Che non sono poche.

A cominciare da chi fa tanto rumore e non per niente e viene bollato come “terrorista” o “amico dei mafiosi” in trasmissioni televisive: è toccato ai giovani di Ultima generazione, le cui modalità di agire possono essere criticate e stigmatizzate quanto si vuole, ma che hanno certamente il pregio di aver costretto i mass media a parlare tanto e sovente di crisi climatica, di disastro ambientale e di inadempienza governativa in merito.

Anche in questo caso, la “classe dirigente” meloniana risponde con la repressione, con la durezza imperturbabile della Legge con la elle maiuscola, promette multe salatissime per chi farà blocchi stradali, per chi imbratterà monumenti con la vernice lavabile e non concede nulla a questi giovani che chiedono di essere ricevuti dal governo per discutere, per aprire un confronto molto più ampio di quello che riguarda solamente gli ambiti istituzionali.

Invece, Palazzo Chigi tratta chi protesta come una seccatura: vale per gli antifascisti e vale per Ultima generazione. Vale per i lavoratori e vale per gli studenti. Berlusconi, quando gli operai scioperavano, affermava che si doveva lavorare e non scendere in piazza a lagnarsi, a urlare, a battere pentolame e soffiare nei fischietti.

A chi studia e poi non trova uno straccio di occupazione decente, i ministri e i sottosegretari del governo rispondono di studiare e non di occuparsi di un cambiamento climatico di cui, rinverdendo pure qui certe teorie complottiste e negazioniste, la destra poi non è del tutto convinta che esista, che sia veramente tale.

Può una classe dirigente di governo adoperare questi linguaggi, questi metodi e scrollare le spalle davanti alle proteste e alle proposte? Questa arroganza è incompatibile con l’ufficio della Presidenza del Consiglio, così come con quella della Presidenza del Senato, e così pure con qualunque carica dello Stato.

Disprezzare le opinioni diverse dalle nostre non ci rende diversamente democratici ma, al contrario, nemici della democrazia e sovraordinati ad un principio di uguaglianza che, via via, diviene consuetudine non considerare poi così necessario: a partire dalle idee e dalle parole per finire nella concretezza dei rapporti civili, sociali e prettamente umani di una comunità nazionale.

Il degrado a cui questo governo ci sta portando si arricchirà in questi giorni di nuove antinomie nei confronti del vivere civile, del rispetto degli ideali antifascisti, libertari, resistenziali. Lo vedremo con sufficiente chiarezza nelle manifestazioni per il 25 aprile e il Primo maggio. Ne abbiamo un assaggio dal dibattito parlamentare proprio riguardante i giorni di festa nazionali.

Questo insieme di devastazioni sociali e civili, morali e politiche ci dovrebbe spronare a rimettere insieme un’azione condivisa di lotta su vari livelli, collaborativa al massimo proprio nelle differenze, per cacciare quanto prima da Palazzo Chigi le destre che degradano lo Stato, inaridiscono lo spirito repubblicano, sovvertono la memoria, attaccano la misera esistenza dei più poveri e trasformano i diritti sociali in doveri economico-finanziari al servizio delle imprese e del profitto.

Tutto questo esige una risposta di sinistra, popolare e di massa. Nessun partito da solo può darla. Un coordinamento di salute pubblica, nazionale e locale, che metta insieme antifascisti, democratici, anticapitalisti, libertari ed ecologisti potrebbe – usiamo il condizionale – fare davvero la differenza e ristabilire quegli equilibri che si stanno, molto, troppo velocemente perdendo.


Un Governo di destra che sta dimostrando tutta la sua natura e il suo spirito. Tirranico sui comportamenti, a favore degli evasori e corrotti in politica economica a danno di chi non arriva a fine mese, via il reddito, via il Superbonus edilizio, dentro i vitalizi per deputati e senatori. Una compagine di governo composta da indagati e corrotti che si atteggiano a paladini della giustizia, infangando la memoria di due pilastri della vita sociale, culturale e giuridica di questa Nazione: Falcone e Borsellino. Una classe politica indegna, indecorosa e impresentabile, certo a sinistra non ci sono i giganti, ma a destra non c'è nessuno, c'è il vuoto assoluto, c'è l'ego che raggiunge il potere, c'è quel senso di comandare per bocca stessa del Presidente del Senato, e non di governare, di servire il Paese figuriamoci se poi lo servono con onore e disciplina. Questo Governo è un disonore, una vergogna, uno schiaffo alle persone oneste di questo Paese.

Il caso Santanché, il caso Vittorio Sgarbi, il caso Donzelli-Delmastro sono solo alcuni dei carichi che pendono sulla testa di questo Esecutivo che come dicevo poc'anzi sta rivelando tutta la sua vera natura.

Il governo della Repubblica italiana della XIX legislatura accetta che tra i suoi massimi vertici dell'apparato statale ci siano persone raggiunte da avvisi di garanzia, persone che pubblicamente fanno del sessismo e del turpiloquio il loro modo di esprimersi.

Il caso Santanchè non è l'unica macchia di questo Governo, il caso Delmastro indagato per violazione di segreto d'ufficio rappresenta l'apoteosi di un Governo che per la sol ragione di essere arrivato al potere, vuole gestire tutto, vuole come per bocca del suo esponente principale Ignazio Benito Maria la Russa "comandare". Non si può, non siamo nel ventennio, e la sovranità appartiene al POPOLO.

Il voto degli elettori si rispetta sempre, anche quando distante da noi, ma l'aver fatto andare al Governo condannati e indagati, fascisti e assetati di potere non è un merito, è una vostra responsabilità e una vostra macchia che vi porterete per sempre.

In questi giorni per non farci mancare niente, la Presidente del Consiglio dei Ministri è andata anche all'attacco della magistratura affermando cito testaualmete "la magistratura fa l'opposizione" accusando pertanto la funzione giurisdizionale quale potere neutro e indipendente nel nostro ordinamento di interferire nel gioco politico, nel gioco parlamentare.

Oltre che un'accusa oltraggiosa, è vergognosa, misogina e priva di ogni fondamento.

Spesso, mi piace ricordare che esiste un limite a tutto, anche a questo.

Mi auguro che in definitiva sia la decenza quando meno, e un po' di vergogna se la possiedono a portarli a fare un deciso passo indietro.

L'Italia non meritava, e non merita questi sciagurati privi di visione e assettati di potere.

Ai regimi totalitari abbiamo risposto convintamente e decisamente no grazie, edificando una Costituzione rigida e una Corte Costituzionale quale sentinella di tutto ciò.

Il nostro ordinamento, la nostra democrazia sopravviverà anche a questo Governo, con l'augurio che possa essere l'ultimo esecutivo di destra che dovrà sopportare e digerire.


ETICA, POLITICA E QUESTIONE MORALE.


I rapporti tra etica e politica si pongono al centro dell'attenzione sociale quando si presentano casi di corruzione, vera o presunta, relativi a rappresentanti della politica delle amministrazioni pubbliche. Non di rado, questo tema diventa oggetto di disputa e scontro tra fazioni politiche e in particolare tra governo, locale o nazionale, e le opposizioni che con facilità fanno appello alla "questione morale" meramente come strumento di critica o di attacco politico. Etica e politica sono due aspetti fondamentali di ogni organizzazione sociale, ma i loro rapporti possono essere intesi in modi molto diversi sulla base di come si concepiscono l'etica e la politica. Se si fa riferimento alle democrazie liberali, ma non solo, la politica, seguendo una concezione che risale alla Grecia antica (V sec a.C.), può essere intesa come l'organizzazione, ideale o reale, e il governo di qualsiasi comunità umana: la politica è il governo della polis (la città) in senso lato. In epoca medioevale per riferirsi alla politica si usava spesso l'espressione arte del buon governo, cioè di quel governo che non solo gestiva la cosa pubblica ma la gestiva in modo da soddisfare le diverse esigenze dell'intera popolazione e non solo di una parte di essa, cioè del ceto che deteneva il potere politico-amministrativo. In termini diversi, la politica si dovrebbe porre come fine l'operare per il bene comune, cioè il bene di tutti coloro che appartengono a una comunità umana. In tal senso, la politica, in quanto rivolta al bene comune, è strettamente legata all'etica che permette di chiarire cosa si debba intendere per bene e bene comune: la politica deve avere un fondamento nell'etica. Tuttavia, com'è noto, il bene comune può essere inteso in modi tanto diversi da includere sia ciò che è considerato come bene dai sistemi democratici (per esempio, libertà e diritti) sia le concezioni proprie dei sistemi dittatoriali (quali fascismo e comunismo) che intendono definire in modo autonomo e autoritario i valori morali (il bene comune) e i metodi sociali per imporli all'intera popolazione (per esempio, la limitazione dei diritti e delle libertà). Vi sono, e vi sono stati, modi diversi di intendere l'etica o esistono etiche diverse com'è accaduto nel corso della storia della civiltà umana? (si pensi, per esempio, alla liceità della schiavitù, dell'intolleranza religiosa o dell'invasione di territori altrui). Allora, come si può concepire l'etica con riferimento al comportamento individuale, personale e collettivo? L'etica può essere considerata come l'insieme di quei valori che sono accettati e promossi da una comunità di uomini, e l'azione etica è quell'azione che si attiene ed è guidata da questi valori. Si rimanda così alla nozione di valore: cos'è un valore? Una cosa, un comportamento, un'azione, un'idea o altro è considerato un valore se si ritiene che possa portare benefici effetti: per esempio, se è remunerativa in senso concreto o ideale, se è generatrice di interesse o se può soddisfare bisogni o desideri. Come ogni uomo nella sua vita considera come valori comportamenti, azioni idee, cose, persone o altro, così ogni comunità umana formula valori e si propone di promuoverli. I valori, se riferiti ai comportamenti, sono la loro guida e vengono considerati accettabili solo se quei comportamenti sono conformi a tali valori: in particolare i valori etici, riferiti a modi di pensare ed agire, sono la guida dei comportamenti e delle azioni per cui un'azione è considerata etica ed accettabile solo se conforme a quei valori. A loro volta i valori si trasformano in principi etici come per esempio quello di non appropriarsi delle cose altrui, che si esprime nel principio etico di 'non rubare'; nella storia i principi etici hanno assunto la forma di leggi giuridiche, come accade per il furto, con le relative sanzioni. Tuttavia, non tutti i valori e i principi etici si trasformano in leggi (chiamate anche norme) come accade con riferimento a molti comportamenti umani quali quelli relativi alla vita di coppia o della famiglia: per esempio, il rispetto del partner, in particolare della donna, o dei figli non si esprime con specifiche leggi. Un compito della politica è anche quello di trasformare valori e principi etici in norme giuridiche come è accaduto per alcuni aspetti della vita di coppia e della famiglia: per esempio, la violenza anche psicologica. Per questo, in ogni collettività e nei rapporti interpersonali, il primato è sempre quello dei valori etici anche se non espressi da norme giuridiche. I valori, in generale, possono essere relativi ad ogni cosa, per esempio i valori estetici riferiti alla nozione di bello, ma in questa sede ci si riferisce solo ai valori etici propri di comportamenti ed azioni individuali, interpersonali e collettive. L'etica della politica in una società democratica, e non solo, si riferisce a tali valori e non a molti altri che sono oggetto di scelta personale quali i valori estetici, quelli religiosi, quelli relativi ai propri gusti nel vestire, nel cibo o nel disporre della propria vita e quindi perseguire i propri obiettivi personali. Ciò può accadere ed accade nelle democrazie ma non nei sistemi autoritari o dittatoriali in cui lo Stato ritiene di imporre valori che riguardano ogni aspetto della vita umana (si pensi ancora, per esempio, a sistemi sociali come il comunismo il cui lo Stato intende regolare rigidamente ogni comportamento personale incluso l'abbigliamento, come è accaduto in Cina durante la Rivoluzione Culturale degli anni '60 del secolo scorso). L'etica politica, o etica della politica, in particolare, è quell'etica che si fonda su determinati valori che dovrebbero guidare l'agire politico-amministrativo di singoli e di istituzioni pubbliche rivolto al bene di ogni persona e a quello comune. Nelle società democratiche, però, vi sono anche molti sistemi di valori (e quindi diverse etiche) cui si riferiscono le differenti forze politiche: ed allora in qual modo si possono scegliere quei valori etici che potrebbero essere accettati da ogni forza politica? Questo è il più grande sforzo dell'etica politica. In queste società vale il principio di maggioranza per cui anche nel caso dei valori etici relativi alla politica vale questo principio; in tal modo, le forze politiche di maggioranza sono quelle che indirizzano la scelta dei valori etici a fondamento dell'agire politico. Questa potrebbe apparire come una 'dittatura della maggioranza', ma essa segue il fondamento delle democrazie, cioè la scelta popolare di coloro che governano una società. Tuttavia, sebbene quest'affermazione sia accettabile, per rendere completa l'etica politica essa deve essere ampliata con quei principi etici propri delle democrazie liberali che sono relativi, da un lato, ai diritti umani e civili di ogni persona non importa quale sia la sua appartenenza politica o etnica, il colore della pelle od ancora il sesso (se si amplia il suo genere sessuale); dall'altro, ai diritti delle minoranze in particolare politiche. In tal senso, l'etica politica in un determinato periodo di una società democratica, da una parte, proviene dalla visione del mondo (società, famiglia, proprietà privata, libertà e diritti, ecc.) propria di quelle forze politiche che detengono la maggioranza, cioè rappresentano, in una democrazia rappresentativa, la maggior parte di una popolazione; dall'altra, tale etica deve provenire da quei caratteri della democrazie liberali che sono stati indicati poco sopra come i diritti delle minoranze. Tuttavia, in una società democratico-liberale, è auspicabile che le forze politiche di maggioranza e di minoranza possano indicare alcuni valori etici a fondamento dell'etica della politica, tuttavia, com'è ben noto, questo obiettivo non è facile da raggiungersi. Solo in base ad un tale auspicato intendimento si può porre la questione morale relativa a specifici casi di azione politica inaccettabile da un punto di vista etico. La questione morale, in altri termini, si pone quando, in base a valori etico-politici unanimemente accettati, si giudica se un dato comportamento o azione singola o istituzionale sia consona a tali valori. Molto spesso, la questione morale è stata posta e affrontata con riferimento a fenomeni di corruzione, cioè a quei casi in cui l'azione politica di singoli o di istituzioni, sembra sia rivolta non al bene comune ma a quello economico-finanziario di singoli, associazioni, imprese o gruppi sociali o economici. Sebbene sia fondamentale porre la questione morale con riferimento a casi di corruzione, tale questione deve essere posta in modo molto più ampio, per cui il giudizio etico su azioni governativo-istituzionali non si deve limitare alla corruzione. Da qui, si può precisare meglio la natura dell'etica della politica. Se la politica, come s'è detto, è l'arte del buon governo, cioè del governo rivolto al bene comune e a quello dei singoli, allora il giudizio etico deve riferirsi ai diversi aspetti di questo obiettivo. Un'azione politica è eticamente accettabile se opera per migliorare il bene comune e quello dei singoli. In una società democratico-liberale questo giudizio si esprime attraverso lo strumento principe delle democrazie rappresentative, cioè le elezioni politiche. In effetti, tale giudizio non si riferisce solo a casi di corruzione di una parte politica, bensì si amplia alla considerazione di quale miglioramento del bene singolo e comune abbia realizzato una forza politica che amministra la cosa pubblica. Per questo, la sfera politica dell'etica concerne l'intero spettro d'azione di una forza politica che può essere giudicata come eticamente accettabile o meno. Allora, di fronte a casi, come spesso è accaduto e accade, in cui una forza politica o un singolo amministratore della cosa pubblica abbiano operato non violando mai le norme giuridiche né abbiano agito in alcun modo corruttivo, come li si giudica da un punto di vista etico? Se in queste condizioni non si è operato per migliorare il bene comune e quello individuale, allora può assumere meno rilevanza il giudizio sulla loro incorruttibilità e legalità (anche se tale giudizio può essere formulato), e diventa invece centrale il giudizio sulle azioni politiche, al fine di giudicare se esse siano state rivolte a migliorare o meno il bene comune e quello individuale. La politica è l'arte del buon governo, ma quest'arte non si può risolvere in una mera tecnica di organizzazione sociale, bensì deve fondarsi sui quei valori etici che sono accettati e promossi da una comunità di uomini e che sono utili per indicare quale sia il bene comune e quello di ogni uomo. Da qui il primato dell'etica sulla politica: un primato basato sui valori fondanti di una collettività di uomini. Perciò, l'etica da sola non può permettere di operare per il bene comune e la politica senza l'etica non è in grado di comprendere e indicare quale sia il bene comune.


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